Puoi ignorare paura, rabbia e tristezza, ma continueranno a influenzare decisioni, rapporti e leadership. Ecco 3 modi per trasformare questo principio in pratica e usare meglio le emozioni nella gestione dell’azienda.
C’è un’idea molto diffusa nelle aziende italiane, quasi mai dichiarata apertamente: le emozioni sono un problema e sul lavoro vanno tenute fuori.
Da questa idea discendono comportamenti molto precisi. Si vieta implicitamente alle persone di avere paura, perché “qui non si può essere insicuri”. Ci si irrita quando qualcuno si arrabbia. Si considera la tristezza una debolezza. E soprattutto chi guida un’azienda tende a proibire tutto questo anche a se stesso, o quantomeno a evitare di mostrarlo.
Il problema è che questa idea è sbagliata. E siccome le idee determinano i comportamenti, un’idea sbagliata sulle emozioni produce conseguenze molto concrete sul clima aziendale, sulla comunicazione e sui risultati.
È proprio qui che entra in gioco l’intelligenza emotiva dell’imprenditore.
Il principio da cui partire è semplice: le emozioni negative non esistono. Negativo è quello che tu te ne fai.
Intelligenza emotiva e imprenditore: la matematica di madre natura
Si dice che alla nascita ognuno di noi provi sei emozioni di base: paura, gioia, tristezza, disgusto, sorpresa e rabbia. Nel tempo le sfumature diventano molte di più, ma queste rappresentano le fondamenta.
Se facciamo il conto, su sei emozioni di base una sola è marcatamente positiva: la gioia.
Se madre natura ha dedicato una casella su sei alla gioia e cinque a emozioni che normalmente consideriamo scomode, vale la pena chiedersi perché.
La risposta è che tutte le emozioni contengono dati. Non sono difetti di fabbricazione, ma strumenti che ci forniscono informazioni su quello che sta accadendo dentro e intorno a noi.
Un’azienda che tratta cinque sesti dell’apparato emotivo delle proprie persone come qualcosa da eliminare rischia quindi di buttare via una grande quantità di informazioni.
Per questo sviluppare intelligenza emotiva come imprenditore significa prima di tutto imparare a leggere ciò che un’emozione sta cercando di comunicare.
Cosa succede quando soffochi un’emozione
Il meccanismo tende a ripetersi e diventa particolarmente chiaro se osserviamo separatamente paura, rabbia e tristezza.
La paura: se la soffochi cresce, se la affronti può diventare coraggio
Se soffochi la paura, può trasformarsi in terrore. Se continui a evitarla, tende a crescere. Se invece la affronti, può diventare coraggio.
Questo è un passaggio fondamentale, perché il coraggio non è l’assenza di paura. È ciò che può nascere quando una persona riconosce la paura e decide comunque di attraversarla.
In questo senso, rinunciare completamente alla paura significa rinunciare anche a una parte del coraggio. Sono due stati legati tra loro.
Un imprenditore che si vieta di avere paura non diventa automaticamente più coraggioso. Può diventare temerario oppure paralizzarsi, a seconda del proprio carattere, e in entrambi i casi rischia di perdere il dato che quell’emozione stava portando: qui esiste un rischio che merita di essere valutato.
La rabbia: se la soffochi diventa ira, se la ascolti può diventare grinta
La stessa dinamica vale per la rabbia.
Se la soffochi, può diventare ira, fino a esplodere fuori tempo e fuori misura, spesso con la persona sbagliata.
Se invece riesci a entrarci in contatto e a comprenderne il significato, quella stessa energia può diventare grinta.
Vale la pena ricordare che molte grandi correzioni della storia sono nate anche da persone che si sono arrabbiate abbastanza davanti a qualcosa di sbagliato da decidere di cambiarlo.
Eliminare completamente la rabbia significa quindi rischiare di eliminare anche una parte della spinta che porta a reagire, correggere e cambiare.
In azienda questo può tradursi in gruppi molto educati, ma completamente privi di energia e iniziativa.
La tristezza: se la anestetizzi perdi il messaggio che porta
Anche la tristezza ha una funzione.
Se ti anestetizzi completamente rispetto alla tristezza, rischi di andare verso una deriva sempre più pesante. Se invece entri in contatto con quell’emozione, la ascolti e provi a darle un significato, puoi accorgerti che sta cercando di dirti qualcosa.
Spesso segnala che stai perdendo un rapporto, che qualcosa a cui tieni si sta deteriorando oppure che ti stai occupando meno di qualcosa che per te è importante.
La tristezza, quindi, può essere letta come un segnale di attenzione e non semplicemente come un guasto da eliminare.
Perché l’intelligenza emotiva dell’imprenditore influenza i risultati aziendali
A questo punto si potrebbe obiettare: interessante, ma cosa c’entra tutto questo con il fatturato e con i risultati dell’impresa?
C’entra almeno in tre modi molto concreti.
1. Chi non sa leggere le proprie emozioni fatica a leggere quelle degli altri
Un imprenditore che ha costruito una corazza per evitare di sentire rischia di non percepire quando un collaboratore è in difficoltà, quando un cliente sta per andarsene oppure quando la persona che ha davanti durante una trattativa ha smesso di ascoltare.
L’apparato attraverso il quale leggiamo gli stati degli altri è strettamente collegato al modo in cui leggiamo ciò che accade dentro di noi. Se lo disattiviamo da una parte, rischiamo di indebolirlo anche dall’altra.
Per questo l’intelligenza emotiva dell’imprenditore non riguarda soltanto se stesso, ma anche la capacità di comprendere meglio collaboratori, clienti e persone con cui entra quotidianamente in relazione.
2. Un’emozione soffocata può riemergere nel posto sbagliato
La rabbia non espressa durante la conversazione difficile che avresti dovuto affrontare a marzo può riemergere a maggio per un dettaglio insignificante, magari con una persona che non c’entra nulla.
Chi lavora con te, però, non vede tutto ciò che è successo nei mesi precedenti. Vede soltanto una reazione apparentemente sproporzionata e può imparare una cosa pericolosa: le reazioni del capo sono imprevedibili.
Quando le persone iniziano a percepire questo, spesso smettono di portare i problemi. E quando smettono di portare i problemi, questi arrivano sulla tua scrivania soltanto quando sono diventati abbastanza grandi da non poter più essere ignorati.
3. Le persone seguono chi è trasparente, non chi cerca di apparire impeccabile
Osservando i leader capaci di generare seguito emerge spesso un elemento comune: vivono le proprie emozioni in modo trasparente.
Si vede quando sono entusiasti e si percepisce quando qualcosa li preoccupa. Non fingono di essere persone completamente impermeabili a ciò che accade.
Questo non significa sfogarsi continuamente sul proprio team. Significa essere autentici.
Perché un capo che appare sempre uguale, sempre controllato e sempre neutro non trasmette necessariamente solidità. Può trasmettere distanza, e la distanza è spesso l’opposto di ciò che serve per creare leadership.
Intelligenza emotiva e parte invisibile dell’azienda
C’è una cornice più ampia che tiene insieme tutto questo.
Tutto ciò che accade nella tua azienda passa prima attraverso qualcosa di invisibile: le tue idee, i tuoi valori e il tuo stato emotivo.
Le cose accadono sempre due volte: la prima nella tua testa, la seconda nella realtà.
Le emozioni rappresentano la lente attraverso cui le idee diventano azioni. La stessa idea, filtrata attraverso uno stato emotivo diverso, può produrre un comportamento completamente differente.
Per questo lavorare sulla propria intelligenza emotiva come imprenditore non dovrebbe essere considerato un’attività di crescita personale opzionale, da affrontare soltanto quando rimane tempo.
È una forma di manutenzione dello strumento attraverso il quale produci molti dei tuoi risultati.
Un imprenditore che ignora completamente questa parte è simile a un artigiano che non affila mai i propri attrezzi: continuerà a lavorare, ma con sempre più fatica e sempre meno precisione, senza comprendere fino in fondo il motivo.
3 modi per trasformare l’intelligenza emotiva in pratica
Il principio diventa davvero utile quando entra nella quotidianità. Non serve trasformare l’azienda in un luogo in cui si parla continuamente di emozioni, ma imparare a riconoscerle prima che condizionino inconsapevolmente decisioni e comportamenti.
1. Dai un nome a quello che provi prima di agire
Riconoscere se stai provando paura, rabbia, fastidio o tristezza ti aiuta a evitare che l’emozione guidi il comportamento senza che tu te ne renda conto.
Prima di reagire, prova a fermarti e a chiederti cosa stai realmente provando.
Una volta riconosciuta l’emozione, il passaggio successivo è cercare il dato che contiene.
Puoi chiederti: “Cosa mi sta segnalando questa paura?” oppure “Che cosa mi sta dicendo questo fastidio?”
Spesso dietro l’emozione esiste un’informazione utile, magari collegata a una decisione che stai rimandando, a un problema che non stai affrontando oppure a qualcosa che nella tua azienda merita più attenzione.
2. Non confondere trasparenza con sfogo
Mostrare ciò che provi non significa scaricare qualsiasi emozione sul team.
Dire che una situazione ti preoccupa può essere trasparenza. Trasmettere quella preoccupazione alle persone senza alcun controllo o direzione è un’altra cosa.
La prima può costruire fiducia, il secondo rischia di distruggerla.
Lo stesso vale per rabbia, frustrazione e delusione. Puoi comunicarle senza trasformarle in comportamenti aggressivi o imprevedibili.
L’intelligenza emotiva dell’imprenditore non significa quindi nascondere quello che prova, ma imparare a gestirlo in modo tale che le emozioni diventino informazioni e non reazioni incontrollate.
3. Impara ad ascoltare le emozioni del tuo team
Lo stesso principio vale per le persone che lavorano con te.
Frasi come “non c’è niente di cui preoccuparsi” oppure “non è il caso di arrabbiarsi” tendono a chiudere la conversazione e a nascondere l’informazione che potrebbe esserci dietro quell’emozione.
Può essere più utile chiedere: “Cosa ti preoccupa esattamente?” oppure “Che cosa ti ha fatto arrabbiare?”
Questo non significa accettare qualunque comportamento. Una persona può essere arrabbiata senza avere il diritto di trattare male qualcuno.
Significa semplicemente distinguere l’emozione dal comportamento e cercare di capire cosa quella reazione sta facendo emergere.
Allo stesso modo, è importante non essere tirchi di complimenti sinceri. Costano pochissimo, vengono fatti molto meno di quanto si potrebbe pensare e rappresentano uno dei modi più semplici per migliorare il tono emotivo di un gruppo.
Anche l’allegria merita attenzione. Non è soltanto una questione estetica: il clima che si respira dentro un’azienda racconta molto del suo stato e l’allegria è spesso uno dei primi elementi a diminuire quando qualcosa non funziona.
Controlla le idee che guidano il tuo modo di gestire le persone
C’è infine un ultimo passaggio, forse il più importante: verificare quali idee stai portando avanti senza averle mai realmente esaminate.
“Le emozioni sul lavoro sono un problema” può essere una di queste, ma ce ne possono essere molte altre.
Il punto è che ogni idea produce comportamenti, anche quando non l’abbiamo scelta consapevolmente.
Per questo un cambiamento nell’idea di partenza può avere conseguenze molto più grandi di quanto sembri.
Un’idea diversa produce azioni diverse e azioni diverse possono generare risultati diversi.
Cambiare un’idea è probabilmente una delle modifiche meno costose che puoi fare e, allo stesso tempo, una di quelle con l’effetto più ampio a valle.
In sintesi
- Le emozioni che normalmente definiamo negative possono contenere informazioni utili.
- La paura soffocata può crescere, mentre affrontata può trasformarsi in coraggio.
- La rabbia soffocata può diventare ira, mentre compresa può trasformarsi in grinta.
- La tristezza anestetizzata rischia di farti perdere il messaggio che sta cercando di portare.
- Chi si vieta completamente le emozioni rischia di perdere anche parte della capacità di leggere quelle degli altri.
- Le persone tendono a seguire leader trasparenti più facilmente di chi cerca continuamente di apparire impeccabile.
- Una vita, e anche un’azienda, senza emozioni rischia di diventare in bianco e nero.
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